Curiosità

San Calogero, amatissimo Santo nero

Basilica di San CalogeroNel primo romanzo di Camilleri, dal titolo: “Il corso delle cose”, finito di scrivere nel 1968 e pubblicato successivamente, frequente è il richiamo alla festa agrigentina di San Calogero, il Santo nero. Il giornale Repubblica, nel 2002, pubblicava un articolo sullo scrittore nel quale era scritto, che Camilleri: “ammette che nel suo personale paradiso «deserto, privo di santi» c'è solo San Calogero, il «santo nero» il cui culto strambo è tuttora vivissimo in molti paesi e città della fascia meridionale della Sicilia. In realtà, la sua non sembra essere devozione, ma sincera affezione per questa singolare figura di eremita, giunto dall'Africa in un tempo remoto, nero e povero in canna, la cui santità è stata imposta alla gerarchia cattolica a furor di popolo”. In effetti San Calogero è davvero un Santo molto amato, al punto che, anche se il santo protettore della città di Agrigento è San Gerlando, la festa di San Calogero è sempre molto sentita da parte degli agrigentini. Ciò conferma che la ”sincera affezione” nei confronti del Santo, è comune a molti della zona di Agrigento.
A Papa Clemente VII, si deve, nel 1598, l'approvazione dell'Ufficio e della messa per la festa di San Calogero per tutta l'Isola. Ciò naturalmente contribuì alla diffusione del culto. A San Calogero, che letteralmente significa bel vecchio, generalmente si attribuiscono poteri di guarire (quindi in un certo senso di rigenerare). È talmente diffuso nella zona dell'agrigentino da essere presente in più di una località, come dimostra un antico ritornello popolare di Naro, che recita: "San Calò di Naro miraculi nni fa un migliaru, San Caloiru di Girgenti miraculi u nni fa nenti, San Caloiru di Canicattì nni fici unu e si nni pintì". Per quanto riguarda la storia, il Santo, pare sia approdato in Sicilia in seguito alla sua fuga dalle persecuzioni dei Vandali d'Africa (del sec.V-VI).
Monte KronioPer molti originario di Cartagine, secondo altre fonti, potrebbe provenire da Costantinopoli, mentre, un'altra tradizione lo vorrebbe nato verso il 466 a Calcedonia sul Bosforo. Il Santo era uno studioso, conosceva bene le Sacre Scritture e secondo gli ‘Atti' presi dall'antico Breviario siculo-gallicano, in uso in Sicilia dal IX secolo fino al XVI, giunse a Roma in pellegrinaggio, ricevendo dal papa Felice III (483-492), il permesso di vivere da eremita.
Decise di recarsi in Sicilia e per prima cosa si recò a Lipari, nelle Isole Eolie, dove si trattenne per qualche anno, predicando il Vangelo ed aiutando la gente a guarire e indirizzandola a pregare per ricevere benefici. Anche qui pare che il Santo si avvalesse dei poteri delle acque termali e stufe vaporose presenti. Successivamente Calogero lasciò Lipari per andare a Sciacca dove si rifugiò, presso una grotta del monte Kronio (dove ancora oggi troviamo le grotte vaporose o “stufe di San Calogero”), adiacente alle grotte vaporose. Ingresso grottaQui è ancora visibile murata sulla roccia, l'immagine in maiolica del Santo, posta sopra un rustico altare, che si dice essere stato costruito da lui stesso.
L'immagine raffigurata è databile al 1545 e rappresenta il santo con la barba che tiene nella mano destra un libro e un ramo-bastone, con ai piedi un fedele inginocchiato e una cerbiatta accasciata e ferita da una freccia. Anche le spoglie del Santo, le cui reliquie furono successivamente trasferite nel monastero di San Filippo di Fragalà presso Messina, furono all'inizio accolte sul monte Kronio. Comunque qualche sua reliquia è ancora custodita nel santuario di San Calogero, sorto vicino alla sua grotta sull'omonimo monte di Sciacca nel XVII secolo. Nonostante l'intenso rapporto con Sciacca, dove ancora oggi la grotta in cui visse è meta di visite da parte dei fedeli, il “viaggiu a San Calò”, si compie a Naro, che rivendica il primato sul culto principale. Il “viaggiu” consiste nel salire scalzi per la vecchia trazzera, lungo un percorso che si snoda fino alla Porta Vecchia, -antico ghetto ebraico di Naro-. A Naro, il culto di San Calogero, risale al tempo della peste, che causò vittime dal 1624 al 1626 in tutta la Sicilia e che cessò, proprio a Naro, quando il simulacro del Santo venne condotto per le via della cittadina in seguito alla visione di una suora -Suor Serafina-, cui apparve San Calogero. Nel 1693 Naro, venne nuovamente salvata per intercessione del Santo, e preservata dal terremoto. Questo miracoloso evento viene ricordato ogni anno con una processione chiamata “San Caloiru picciulu”.

La festa che cade a data fissa, il 18 giugno “è una festa ciclica, diversamente dalle altre del nostro ricco e vario folklore di Sicilia e dura esattamente 2 mesi (18 giugno Naro - 18 Agosto Racalmuto), quanti ne occorrono a compiere i lavori agricoli nei campi: mietitura, trebbiatura ed ammasso delle paglie per il foraggio invernale degli animali ed è, altresì, una festa delle messi che si manifesta con il pane lavorato in varia maniera, onde rappresentare le diverse membra del corpo miracolato,... Questo pane offerto come voto dai fedeli, benedetto dai preti del santuario, viene distribuito a tutti i fedeli che ne facciano richiesta” -(notizie tratte dal sito del Comune di Naro). Durante la festa, il simulacro del Santo nero, dotato di una lunga barba nera, che regge con la mano sinistra il bastone e con la destra una cassetta delle medicine, simbolo delle guarigioni cui è associato, al grido di “Viva Diu e San Calò” si muove tirato da funi, mentre i fedeli accostano alla statua i loro fazzoletti avendo fede nei poteri taumaturgici del Santo.
Il percorso processionale si conclude alla Matrice Nuova; il Simulacro viene condotto con una “vara”, per la celebrazione della messa di ringraziamento. Ritornando alla festa di Agrigento, che si svolge nella prima settimana di Luglio, è caratterizzata dall'usanza dell'offerta di sacchi di frumento e di un pane a forma di membra umane, che simboleggiano le membra graziate dal santo. Ma la caratteristica più curiosa consisteva – (dico consisteva perchè da un po' di tempo non è più praticata), nel fatto che al passaggio della vara i fedeli lanciavano dei pani precedentemente benedetti, cioè dei pani votivi raccolti e conservati come promessa di abbondanza e di protezione da parte del Santo. Tali particolari usanze, che si svolgevano in corrispondenza della processione potrebbero derivare dal fatto che le feste a lui dedicate generalmente sono svolte in corrispondenza del periodo in cui anticamente si praticavano ad antichi rituali, atti a favorire i raccolti. Le feste si inquadrano tutte infatti tra Giugno e i primi di Luglio.
Per concludere trovo interessante citare alcuni stralci tratti da un testo di Folco Quilici, pubblicato nel suo sito, che così riporta: “La statua, che avanza trasportata a spalle nelle strettissime vie del centro preceduta da un altare di spighe intrecciate, alta più di tre metri e pesantissima e occorre che gli uomini si diano il cambio durante l'interminabile mattina della festa. Quando dalle finestre cadono sulla processione, in ininterrotta grandine, centinaia e centinaia di pagnotte ancora calde, appena sfornate. Sono gettate verso la statua, se la colpiscono o anche solo la toccano si ritiene che i raccolti futuri del grano saranno abbondanti. E fors'anche s'otterranno miracolose guarigioni.
A tratti, per afferrare il pane che ha toccato, la magica statua, risse furibonde s'accendono, improvvise. Placate dall'apparizione "di chi è stato toccato dal miracolo" e offre al Santo nero, un pane di forma umana, con testa, gambe e braccia che lo ritraggono. Emozionata, la folla tace. Attimo in cui tutti i presenti credono alla magia più antica, quella capace di guarire oltre a essere in grado ogni anno di favorire il germogliare della terra e così donare il pane all'uomo”.

Paola Campanella